Ventotene, il Camper del Welcome, è un esercizio di speranza

L’Italia divisa in tre

In un’Italia invecchiata e spopolata, con tassi allarmanti di povertà e di disoccupazione, in un’Italia che è ancora simbolo dell’eccellenza enogastronomica e manifatturiera del mondo, in un’Italia figlia dell’Umanesimo che l’ha fatta grande nella storia universale, sembra che il fattore dirimente per il suo sviluppo, per il suo futuro, siano i migranti e i loro sogni di una vita migliore. Il dibattito pubblico sembra spaccare la penisola in tre gruppi: gli accoglienti, i preoccupati e perplessi, i non accoglienti.

Ventotene, un’isola e un messaggio

Ventotene è nella storia di Europa l’espressione del genio italico ma anche della concretezza dei suoi valori. Confinati su un’isola dalla dittatura fascista, gli amici Spinelli, Rossi, Colorni e la moglie di quest’ultimo Ursula Hirschmann colgono l’occasione per scrivere un Manifesto che parla di un sogno europeo, che sia terza via tra capitalismo e comunismo. Un’Europa federale che persegue la visione Kantiana di una pace perpetua. Un manifesto scritto sulle cartine delle sigarette da Rossi e che in pochi anni, ciclostilato, farà il giro dei circoli culturali e politici più importanti di Europa. Da una piccola isola del Sud Italia partì dunque un messaggio che oggi diremo “virale”, prima ancora dell’avvento del web: la ricerca di una pace possibile in Europa. Quel messaggio in una bottiglia arrivò a destinazione, fu raccolto nell’immediato dopoguerra da Robert Schumann, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer e da allora, dalla nascita delle prime forme di Unione Europea, oggi possiamo vantare 70 anni di pace sui i nostri territori, tra gli Stati membri che per secoli erano in lotta di predominio tra loro.

Gli Shock

La recessione degli ultimi anni, dalla grande crisi del 2009 in poi, ha sconvolto le economie locali rendendole ancora più ininfluenti e marginali rispetto al mercato globale. La perdita progressiva dei posti di lavoro, quasi 1 milione e 200 mila tra il 2008 ed il 2014, ha contribuito non poco all’emergere dei Neet, di quei giovani che hanno smesso di studiare o di cercare lavoro perché hanno smesso di cercare il futuro. Il mondo ha assistito impotente a importanti shock politici e militari come la Brexit e le guerre in Iraq, in Libia, in Siria, in Yemen. Lo scacchiere comunitario e internazionale si fa sempre più incandescente e critico (pensiamo alla Grecia, alle istanze separatiste interne alla Spagna, alla costituzione di un gruppo di influenza dell’Est Europa contro le politiche comunitarie, all’occupazione violenta della Crimea, alla crisi umanitaria dei flussi migratori nel Mediterraneo).

Le sirene suonano

In Italia nel 2018 le sirene suonano per indicare la coesistenza di due grandi allarmi sociali, in parte fusi e in parte scissi: la povertà sempre in aumento e lo spopolamento progressivo dai piccoli comuni. Le cifre ufficiali parlano di circa 8 milioni di persone in povertà relativa e 4 milioni di persone in povertà assoluta , i comuni che nel breve periodo hanno una grande probabilità di estinguersi sono circa 3000, su poco meno di 8000. Più di un terzo della nostra democrazia municipale rischia di scomparire o di trasformarsi profondamente nei prossimi anni. Tanti giovani, troppi, hanno smesso di studiare o di cercare il lavoro, il 27% dei giovani italiani, il 12% in più rispetto alla media europea. Due milioni e mezzo di ragazzi tra i 14 ed i 29 anni per i quali il futuro o è una dimensione ininfluente nelle scelte di vita dell’oggi o è una minaccia a cui è meglio non pensare e da non guardare negli occhi. Questa Italia è anche il far west dell’industria dell’azzardo, con oltre 95 miliardi di euro di giocate l’anno a depauperare tempo territori e defraudare le relazioni umane, familiari, amicali. Lo studio IPSAD rileva che nel corso del 2017 quasi 17 milioni di italiani hanno giocato d’azzardo almeno una volta. Il dato risulta in costante crescita dal 2007, è cresciuto il numero dei giocatori con un profilo problematico, che hanno avuto un incremento sistematico e costante negli ultimi 10 anni. Il gioco più diffuso resta il Gratta&Vinci. I luoghi dove si gioca più frequentemente sono gli esercizi come Bar/Tabacchi. Il 35,4% dei giocatori intervistati ritiene che sia possibile diventare ricco giocando se si hanno buone abilità, questa convinzione è ancora più diffusa fra i giocatori con profilo problematico. La ricerca conclude la sua sintesi specificando che i soggetti più a rischio di sviluppare problematicità al gioco sono le persone in cerca di prima occupazione e gli studenti. Un’Italia che oltre a correre i rischi tipici della globalizzazione finanziaria e della liquidità descritta da Bauman è dunque in una fase di profondo autolesionismo. Falcidia i più giovani e i disoccupati a ritmo di azzardo legale.

Quarta Rivoluzione Industriale e Postmodernità

Viviamo un periodo di cambiamento sociale e politico, in particolare un cambiamento di paradigma del luogo di lavoro per eccellenza, la “fabbrica”, che alcuni chiamano la “quarta rivoluzione industriale” o impresa 4.0. La fabbrica non è un semplice luogo di relazioni produttive ma uno spazio produttivo in cui convivono e coesistono sistemi di intelligenza umana ed artificiale. Nella fabbrica è sempre più richiesta una intelligenza umana critica e creativa, che governa, orienta e controlla le macchine più che come operai addetti alla produzione ed al funzionamento delle catene produttive come veri e propri maestri d’orchestra a dirigere ambienti interamente automatizzati. Gli antropologi concordano nel dire che viviamo una fase di transizione, dovuta a più fattori (economici, politici, sociali e culturali) che sta arrecando un enorme carico di disagio esistenziale sui territori, una fase sociale e culturale che viene definita postmodernità, per indicare solo le certezze che si sono perse o che rischiano di perdersi (il reddito, la classe media, il lavoro stabile, la ricchezza agricola, il sistema pensionistico, la solidità dei legami comunitari) ma che ancora non dice nulla delle possibilità di risalita e di miglioramento all’orizzonte.

Il Web. Un nuovo continente e la sua sfida alle democrazie e ai poteri tradizionali

Il cambiamento sociale e politico in atto è certamente condizionato in profondità dalla emersione di “un nuovo continente”, apparso in forma stabile nel XXI Secolo ma ancora progressivamente in emersione e costruzione, il web. Un luogo “fisico” che come un nuovo mondo attrae milioni, miliardi, di persone nella sua occupazione. Come i pilgrims che salparono dall’Inghilterra per fondare una nuova civiltà nel Nord America, oggi il web è la terra in cui approdano gli abitanti della terra da ogni angolo del pianeta e dove nascono relazioni umane nuove, partiti nuovi, consumi nuovi, economie nuove, nuove forme del potere violento e della democrazia nonviolenta. La rete digitale è stata ed è certamente un motore nuovo di dialogo, di democrazia, di avvicinamento dei popoli e delle persone, di riduzione dell’isolamento spazio temporale per le periferie del mondo e le persone “periferiche”, come gli anziani e i giovani residenti lontani dai grandi centri di interesse, ma non si profila ad oggi quale possibile risoluzione per l’uscita dal disagio esistenziale diffuso. Non è raro il caso che invece ne diventi un amplificatore tecnologico. Nello spazio etereo e reale dei social si urla, si grida, si denuncia, si riflette, si scambiano preghiere e saluti molto di più di quanto si faccia nelle piazze reali. La relazione online sembra essere molto più vivace e frequente delle relazioni offline. Mentre lo spopolamento prosegue indisturbato a spegnere la luce di migliaia di comunità vive fino a soli 20 anni fa, le parole e le immagini popolano le piazze virtuali al punto da generare confusione tra sogno e realtà, come uno stato onirico permanente. C’è molta gente online, ma in Italia nel 70% dei suoi municipi concreti le persone, i giovani in testa, sembrano progressivamente scomparire.

L’economia civile: Umanesimo 4.0

La cultura italiana dell’economia oggi vive una primavera importante. Ci sono in Italia diversi movimenti di economia civile ispirati a vario titolo ed in diversi modi ad Antonio Genovese, a Chiara Lubich, alla dottrina Sociale, ai premi Nobel come Sen e Stiglitz; esiste una rete di organizzazioni che invita i cittadini a “votare con il portafoglio” per premiare le aziende responsabili, virtuose sia da un profilo sociale che ecologico, le aziende che innovano e che vitalizzano i territori che abitano. Oggi aumentano i consumatori consapevoli che sono attenti ai cicli produttivi, alle economie circolari che riciclano materiali di scarto, che investono in una finanza etica. C’è un’Italia che funziona ed è quella delle tante, tantissime imprese che innovano e che offrono una nuova veste ai temi del lavoro e della democrazia partecipata. L’Italia dell’agricoltura sociale, del turismo diffuso, delle energie da fonti rinnovabili, dell’economia circolare, della mutualità e del contrasto ai sistemi di speculazione e di sfruttamento, sia umano che ambientale.

Non torniamo su un’isola, ma partiamo da Ventotene. Rabbia e coraggio

Nel 2018 non c’è da tornare su un’isola, c’è da percorrere le strade di un’Italia che può fare ancora la differenza nel mondo. Quell’Italia della civiltà mediterranea, delle grandi esperienze comunali, delle eccellenze regionali, del paesaggio straordinario e della biodiversità umana e comunitaria. Di fronte al disagio diffuso i corpi sociali provano rabbia e la rabbia è uno dei frutti della speranza, ci ricorda Sant’Agostino. La rabbia è energia pura, è la prima marcia interiore che il nostro essere biologico ed emozionale inserisce nel suo motore per avviare la reazione ad una ingiustizia. In politica la rabbia è anche la moneta che tutti i partiti possono incassare a buon mercato anche senza un vero progetto di investimento, è un motore potente che può permettersi di girare a folle per far sentire la forza e la potenza del suo rumore, anche se non ha progettato ancora il viaggio. Il coraggio, l’altro figlio della speranza, è un gioco di squadra che organizza la rabbia, la ripulisce, per rivolgerla verso possibili cambiamenti duraturi. Per agire la speranza ci vuole il coraggio, il coraggio di non rimanere immobili, di non entrare in una curva a tifare ma di scendere in campo a giocare, ci vuole l’energia per urlare qualcosa di vero e in una piazza vera e la fantasia per inventare qualcosa di nuovo.

Ventotene, il Camper del #Welcome

Questa volta sarà una nuova Ventotene a muoversi, perché i messaggi virali sembrano tutti scomparire all’alba del giorno dopo, ma i sogni, quelli veri, quelli che si fanno di giorno, quelli che appassionano, quelli che vengono condivisi dalle comunità, durano, possono superare di gran lunga la vita della condivisione di un post o delle visualizzazioni di un video musicale. I sogni di giorno possono trasformare i territori. Intercettare nuove economie, creare nuove alleanze, immaginare nuovi futuri. Uscire dal web, perché una musica dal vivo resterà sempre un incontro diverso dal video. Noi vogliamo parlare attraverso Ventotene della “rivoluzione del Welcome”, come già in molti l’hanno chiamata. Incontrare le comunità dei Piccoli Comuni di Italia, quelle che nessuno cerca né i migranti né i turisti né le videocamere mondiali, quelle che oggi invecchiano eppure possono scoprirsi dense di futuro. Ispirandoci al magistero di Papa Francesco e, in particolare, agli insegnamenti economici della Evangelii Gaudium e quelli ecologici della Laudato Si, vogliamo provare a parlare dal vivo alle comunità. Chiedere di schierarsi da una parte o da un’altra della storia di questi giorni: essere Comuni accoglienti o essere Comuni non accoglienti. Accoglienza non come servizio ai migranti, come erroneamente è stato inteso in questi anni convulsi e disordinati, ma come modo stesso di essere di quella comunità. Una comunità Welcome è accogliente per tutti, a partire dai più fragili. Un Piccolo Comune del Welcome è un Comune che aspira ad una politica municipale che raggiunga il possibile obiettivo di “esclusione zero” tra i suoi pochi abitanti. Un Piccolo Comune del Welcome sogna in grande, per lo sviluppo sostenibile del pianeta e agisce in piccolo per il cambiamento delle pratiche, prima ancora che delle teorie. Un Piccolo Comune del Welcome è accogliente per le persone in povertà, i disoccupati, le persone disabili e i suoi anziani, i suoi giovani neet, i migranti. Ma è anche Welcome con la progettazione delle sue terre incolte, le sue case sfitte, i suoi paesaggi tutelati, i suoi fiumi, laghi e ruscelli. Se un piccolo comune è “Welcome” lo sarà con tutti e per tutti, se non lo sarà non lo sarà per nessuno. Un comune non Welcome è spesso chiuso in se stesso e ha un grande problema di futuro. Anche dove il welfare funziona, gli anziani vengono seguiti a dovere, i poveri percepiscono il reddito di inclusione, alle persone disabili sono concessi progetti personalizzati, anche lì in quell’Italia che non ti aspetti dove il welfare funziona, mancano i sogni per far ripartire le piccole comunità a rischio di scomparsa. In Italia il welfare e il lavoro non sono quella coperta corta che andrebbe divisa tra italiani e migranti, a svantaggio degli uni o degli altri, come il pensiero dominante di ogni colore porta a credere. In Italia la coesione sociale è l’unico vero investimento strategico che può difendere l’impoverimento dei territori e della parola “futuro” per i giovani. La mancanza di accoglienza potrebbe essere un “no” al futuro. In comuni sotto i 5 mila abitanti, il 70% del totale dei comuni italiani, o il welfare diventa Welcome oppure anche la migliore assistenza non porterà le terre e le sue comunità a generare nuove visioni. Il welfare che separa i disabili dagli abili, i minori dalle famiglie e dai quartieri, gli anziani dalle case di abitazione, i matti nelle cliniche, i detenuti dal resto della società, i migranti dagli autoctoni, è un welfare che non funziona, che è al massimo efficiente (e neanche sempre per gli sperperi che sono sotto gli occhi di tutti) ma non efficace (perché da quel welfare non ripartono progetti di comunità). Le comunità che si privano della forza dirompente delle domande di asilo, di accoglienza, di giustizia, dei più deboli, non accogliendoli, sono di fatto incapaci di progettare il proprio destino. Percorreremo, dunque, le strade dei Piccoli Comuni di Italia, quelli che la legge del 2017 ha finalmente tutelato e promosso, per parlare di futuro dell’Italia a partire da loro, dalle loro comunità, dai loro patrimoni immateriali e immobiliari. Parleremo di agricoltura, di artigianato, di turismo, di energie rinnovabili, di comunicazione, di contrasto all’azzardo, di case, di diritti, di lavoro, di economia circolare. Parleremo con loro di welfare e progetteremo con loro il Welcome, per chi lo vorrà.

I 100 Piccoli Comuni del Welcome

Il nostro sogno è raggiungere 100 Piccoli Comuni del Welcome che creino una grande rete nazionale tra di loro, ma in fin dei conti il sogno è il viaggio stesso, per non rimanere ancorati nella rabbia e nella rassegnazione e condividerlo con chiunque vorrà salire a bordo di una speranza per noi molto concreta. Nelle province di Avellino e Benevento abbiamo visto già diversi piccoli comuni diventare Welcome e riprendere una vitalità e un progetto di futuro che prima non c’erano, offrendo lavoro ai giovani, ripopolandosi, dando nuova vita a boschi, terre incolte, persone disabili dimenticate, migranti accolti, case che erano abbandonate e che oggi sono amate, da autoctoni e da migranti.

Urlatelo sui tetti

Ora vogliamo parlare di questa possibile rivoluzione a tutti i Piccoli Comuni, vogliamo parlare di una Ecologia Integrale, come la chiama il nostro Papa, che da un senso allo spazio che abitiamo, aprendoci a un futuro che oggi ancora possiamo cambiare.

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Direttore della Comunicazione 

Gabriella Debora Giorgione

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Il “Manifesto” e la

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Segretario Amministrativo

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