La nostra storia

In Italia nel 2018 le sirene suonano per indicare la coesistenza di due grandi allarmi sociali, in parte fusi ed in parte scissi: la povertà sempre in aumento e lo spopolamento progressivo dai piccoli comuni.

Le cifre ufficiali parlano di circa 8 milioni di persone in povertà relativa e 4 milioni di persone in povertà assoluta , i comuni che nel breve periodo hanno una grande probabilità di estinguersi sono circa 3000, su poco meno di 8000. Più di un terzo della nostra democrazia municipale rischia di scomparire o di trasformarsi profondamente nei prossimi anni.

Tanti giovani, troppi, hanno smesso di studiare o di cercare il lavoro, il 27% dei giovani italiani, il 12% in più rispetto alla media europea. 2 milioni e mezzo di ragazzi tra i 14 ed i 29 anni per i quali il futuro o è una dimensione ininfluente nelle scelte di vita dell’oggi o è una minaccia a cui è meglio non pensare e da non guardare negli occhi.

Gli antropologi concordano nel dire che viviamo una fase di transizione, dovuta a più fattori, economici, politici e culturali, che sta arrecando un enorme carico di disagio esistenziale sui territori.

Viviamo un periodo di cambiamento sociale e politico, in particolare un cambio di paradigma del luogo di lavoro per eccellenza, la “fabbrica”, che alcuni chiamano la “quarta rivoluzione industriale” o impresa 4.0, un luogo produttivo in cui convivono e coesistono sistemi di intelligenza artificiale che governano lo spazio ed il tempo della fabbricazione e della distribuzione, con sistemi di intelligenza umana, sempre più critica e creativa, che governano, orientano e controllano le macchine dell’intelligenza artificiale più come maestri di orchestra che come operai addetti alla produzione.

Viviamo una fase sociale e culturale che viene definita post-modernità, per indicare solo le certezze che si sono perse o che rischiano di perdersi (il reddito , la classe media, il lavoro stabile, la ricchezza agricola, il sistema pensionistico del secondo dopoguerra, la solidità dei legami comunitari) ma che ancora non dice nulla delle possibilità di risalita e di miglioramento all’orizzonte.

Il cambiamento sociale e politico in atto è certamente condizionato in profondità e nelle radici stesse del cambiamento, dalla emersione di “un nuovo continente”, apparso in forma stabile ma ancora progressivamente in emersione e costruzione nel XXI secolo, il web. Un luogo “fisico” che come un nuovo mondo attrae milioni, miliardi di persone nella sua occupazione. Come i pilgrims che salparono dall’Inghilterra per fondare una nuova civiltà nel Nord America, oggi il web è la terra in cui approdano gli abitanti della terra da ogni angolo del pianeta e dove nascono relazioni umane nuove, partiti nuovi, consumi nuovi, economie nuove, nuove forme del potere violento e della democrazia nonviolenta.

La rete digitale è stata ed è certamente un motore nuovo di dialogo, di democrazia , di avvicinamento dei popoli e delle persone , di riduzione dell’isolamento spazio temporale per le periferie del mondo e le persone “periferiche”, come gli anziani ed i giovani residenti lontani dai grandi centri di interesse, ma non si profila ad oggi quale possibile risoluzione per l’uscita dal disagio esistenziale diffuso. Non è raro il caso che invece ne diventi un amplificatore tecnologico.

Nello spazio etereo e reale dei social si urla, si grida, si denuncia, si riflette, si scambiano preghiere e saluti molto di più di quanto si faccia nelle piazze reali. La relazione online sembra essere molto più vivace e frequente delle relazioni offline.

 

Mentre lo spopolamento prosegue indisturbato a spegnere la luce di migliaia di comunità vive fino a soli 20 anni fa, le parole e le immagini popolano le piazze virtuali al punto da generare confusione tra sogno e realtà, come uno stato onirico permanente.

C’è molta gente online, ma in Italia nel 70% dei suoi municipi concreti le persone, ed i giovani in testa, sembrano progressivamente scomparire.

La recessione degli ultimi anni, dalla grande crisi del 2009 in poi, ha sconvolto le economie locali rendendole ancora più ininfluenti e marginali rispetto al mercato globale. La perdita progressiva dei posti di lavoro, quasi 1 milione e 200 mila tra il 2008 ed il 2014, ha contribuito non poco all’emergere dei Neet, di quei giovani che hanno smesso di studiare o di cercare lavoro perché hanno smesso di cercare il futuro.

Di fronte al disagio diffuso se i corpi sociali sono ancora vivi e vivaci ci si indigna, si prova rabbia e la rabbia è uno dei frutti della speranza ci ricorda Sant’Agostino.

La rabbia è energia pura, è la prima marcia interiore che il nostro essere biologico ed emozionale inserisce nel suo motore per avviare la reazione ad una ingiustizia. In politica la rabbia è anche la moneta che tutti i partiti possono incassare a buon mercato anche senza un vero progetto di investimento, è un motore potente che può permettersi di girare a folle per far sentire la forza e la potenza del suo rumore, anche se non ha progettato ancora il viaggio.

Il coraggio, l’altro figlio della speranza, è un gioco di squadra che organizza la rabbia, la ripulisce, per rivolgerla verso possibili cambiamenti duraturi .

Per agire la speranza ci vuole il coraggio, il coraggio di non rimanere immobili, di non entrare in una curva a tifare ma di scendere in campo a giocare, ci vuole l’energia per urlare qualcosa di vero e in una piazza vera e la fantasia per inventare qualcosa di nuovo.

“Ventotene”, il Camper del Welcome è un esercizio di speranza, su strada.

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